ANAC: il cinema è comunità

DI MARTA RIZZO
Eletti i nuovi organismi dirigenti dell’Associazione Nazionale Autori Cinematografici. Dacia Maraini: «Il buon cinema resiste e riesce a procurare emozioni estetiche ed etiche» – Mimmo Calopresti: «Sono centinaia le famiglie di chi lavora nel cinema a causa della pandemia, sono in gravissima difficoltà economica. L’ANAC si occuperà anche di loro»

Sul finire del 2020 (il 28 dicembre), il cinema ha compiuto gli anni: 125, portati con continui adattamenti alle mutazioni del tempo, tenendo sempre presente che questa è l’unica arte in cui la peculiarità del regista ha ragion d’essere solamente se viene condivisa con decine di persone che lavorano con lui, prima che con gli spettatori. E sul finire del 2020, tra i più memorabili e silenziosi della Storia contemporanea, in Italia, sembra tornare viva un’associazione che, dal 1952, cerca di tenere uniti gli autori di questo unico meccanismo di combinazione tra arte, tecnica, industria e politica che è il cinema. L’Associazione Nazionale Autori Cinematografici (ANAC), in questi giorni di festa del cinema, diffonde la notizia interessante del rinnovo degli organi associativi, avvenuto su piattaforma, tutti collegati dalle proprie case: Dacia Maraini, Pupi Avati, Ricky Tognazzi ed Ezio Alovisi vengono eletti Probi Viri; entrano nel Consiglio Esecutivo Mimmo Calopresti, Giuseppe Gaudino, Giovanna Gagliardo, Emanuela Piovano (nominata anche vice presidente ANAC), Giuliana Gamba, Umberto Marino, Giacomo Scarpelli, Caterina Taricano. Quello che stupisce qui, non è solamente il valore autoriale di chi ha aderito, ma l’adesione in sé. Che accade, in questo impietoso 2020? Si è, forse, risvegliato, in questo vuoto imposto dal virus, una nuova esigenza di appartenenza, di condivisione, di comunità, nella società e tra gli autori? Una forma di ritorno alla Storia degli autori del cinema italiano, per progredire in nome di un passato comune e condiviso? Lo chiediamo a Dacia Maraini e Mimmo Calopresti.

“Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica (1948)

La storia dell’ANAC.

L’Associazione degli autori di cinema nasce nel 1952, dopo lo scioglimento della precedente Associazione Culturale Cinematografica Italiana (nata nel 1944), che univa autori cinematografici, critici e uomini di cultura ed era presieduta da Cesare Zavattini. L’ANAC nasceva da un gruppo di autori tra i quali Age, Alessandro Blasetti, Mario Camerini, Furio Scarpelli, Cesare Zavattini. Dell’ANAC potevano far parte registi e sceneggiatori cinematografici. Le finalità comprendevano obiettivi culturali e politici, tutti legati da un principio comune: la libertà di espressione.

In quel 1952, il cinema italiano aveva fatto i conti con la privazione di tutte le forme di espressione imposta dal Fascismo e, finalmente, portava agli occhi del pubblico una realtà sconosciuta: veniva liberato dalle censure del regime il film Ossessione, che Luchino Visconti aveva realizzato in pieno Fascismo, nel 1942, suo esordio. Da questo film, esplodeva uno dei fenomeni più straordinari della storia del cinema: combinazione tra dovere di raccontare, tensione morale, esigenza narrativa personale e necessità di condivisione e ribellione, il Neorealismo si spalancava agli occhi degli spettatori italiani e internazionali con Roma città aperta (1945), Paisà (1946), Germania anno zero (1947), titoli tra i più emblematici della rinascita dell’Italia, attraverso il cinema. Nel suo oltre mezzo secolo di vita, l’ANAC ha agito intrecciando esigenze ispirate agli interessi diretti, materiali e morali, degli autori e quelle dettate dagli interessi più generali di tutta la cultura italiana. La prima contestazione alla Biennale di Venezia è del 1960. Subito dopo iniziano gli interventi decisivi contro la formulazione della nuova legge sulla cinematografia: i vertici dell’ANAC, il cui presidente era all’epoca Damiano Damiani, misero in crisi il primo governo Moro. Negli anni della protesta studentesca, tra il 1968 e il 1970, l’ANAC (con presidenti come Ugo Gregoretti, Marco Ferreri, Pier Paolo Pasolini e Gillo Pontecorvo), crea un ampio fronte di trentuno associazioni culturali e professionali: da Magistratura Democratica all’ARCI, dalla Psichiatria Democratica di Basaglia alla nuova e insperata adesione di Cgil Cisl e Uil. Le politiche dell’ANAC si riveleranno determinanti negli anni immediatamente successivi, quando la riforma della RAI diverrà una necessità. Nel 1976, con la nascita delle prime emittenti televisive private, i film potranno essere trasmessi sui teleschermi, senza vincoli. Per il Cinema italiano questa diffusione incontrollata di film segnò l’inizio di una crisi. L’offerta cinematografica nelle sale passa, in pochi anni, dal quattromila a settecento trenta sale (1985).

“La dolce vita” di Federico Fellini (1960)

Da allora, ecco alcuni punti base delle rivendicazioni politiche dell’ANAC, nei confronti dei futuri governi, a favore del Cinema italiano: garantire la libertà di espressione, realizzazione e diffusione delle opere e la libertà di scelta degli spettatori; modificare il sistema cinematografico organizzato in funzione del massimo profitto e caratterizzato dalla concentrazione delle sale che impedisce la libera circolazione delle opere, nonché dal monopolio del noleggio con la sua rigida selezione e programmazione della produzione che impedisce il libero confronto delle tendenze artistiche e culturali; la necessità di una legge antitrust in grado di limitare la proprietà, la gestione e la programmazione delle sale.

Intanto, la produzione dei film andava diminuendo di anno in anno, tanto che dai trecento film degli anni Cinquanta e Sessanta, si passò, a metà anni Ottanta, a meno di cento film, quasi tutti prodotti senza autonomia e quasi tutti con aliquote di finanziamenti RAI. Gli interventi dell’ANAC si rivelarono di nuovo indispensabili. Con la Vertenza Cultura l’ANAC, nel 1983, insiste con forza sulla necessità di una radicale riforma del sistema audiovisivo e intraprende azioni che, nel 1987, portano a una svolta della politica cinematografica. Gli inizi degli anni Ottanta furono decisivi, per l’ANAC, anche in campo internazionale. Con la presidenza di Francesco Maselli, insieme a un gruppo ristretto di associazioni di autori europei, l’ANAC promuove la fondazione della Fédération Européenne des Réalisateurs de l’Audiovisuel (FERA), con sede a Bruxelles. I primi incontri erano iniziati fin dal 1976 (Italia e Francia, Germania, Ungheria), ma presto il numero divenne più consistente. All’incontro di St. Etienne del gennaio 1980, si aggiunsero Gran Bretagna, Belgio, Grecia e Spagna. Nello stesso anno gli incontri seguirono a Venezia. Successivamente, l’ANAC realizza un’alleanza imprevedibile con la storica associazione dei produttori (l’ANICA), di cui era presidente Franco Cristaldi. La vecchia politica degli imprenditori cinematografici viene ribaltata a vantaggio di una alleanza con la linea degli autori, basata sulla qualità e su un sostegno finanziario ai film per farli nascere indipendentemente dai contributi delle emittenti televisive. La nuova legge, voluta dall’alleanza tra autori e produttori, porta la data del 1994. La produzione di film viene rilanciata, ma non viene eliminato del tutto il vincolo del Cinema alle reti televisive e alle loro logiche. Negli anni che seguono, l’ANAC rinnova il proprio statuto, per renderlo più adeguato ai nuovi tempi di un cinema e di una cultura in rapida evoluzione. È il momento in cui alcuni soci autorevoli vanno a formare una nuova associazione che unisce in sé autori e produttori, come era già avvenuto in Francia: l’API (Autori Produttori Italiani). Alla presidenza di Maselli, succede quella di Carlo Lizzani, fino a Ugo Gregoretti. Uno dei nodi determinanti delle battaglie dell’ANAC resta la difesa e il rilancio dei Diritti Morali e Materiali degli autori, insieme al riconoscimento del diritto alla libertà di creazione. Una lotta per la quale l’appoggio e il sostegno della FERA sono stati fondamentali. Tra le importanti iniziative dell’ANAC, in campo nazionale e internazionale, ricordiamo la nascita della Coalizione Italiana per la Diversità Culturale del 2009, promossa dall’ANAC in collaborazione con la SIAE (Società Italiana Autori Editori), l’Accademia di Santa Cecilia, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Parlano Dacia Maraini e Mimmo Calopresti

Pier Paolo Pasolini, al centro, fu presidente dell’ANAC

Libertà di espressione, difesa dei doveri e dei diritti morali e realizzativi degli autori, tutelare la natura di ciascun autore per tutelare quella di tutti, usufruire delle trasformazioni e dei progressi tecnologici come le piattaforme, ma privilegiare su tutto il luogo consacrato alla collettiva visione buia e silenziosa del film nelle sale cinematografiche. Questi sembrano essere, quindi, i nuovi e i vecchi principi fondamentali dell’ANAC.

Con la morte di alcuni grandi soci e ispiratori dell’associazione, da Pontecorvo a Lizzani, da Scola a Gregoretti, l’ANAC degli ultimi anni sembrava smarrita, di fronte a esigenze di mercato sempre più pressanti e a padri eccellenti che non potevano più segnare nuove rotte, se non tramite la memoria. Da quelle memorie di quel cinema italiano, però, il presidente Francesco Martinotti, assieme a chi nell’ANAC ha sempre visto un collante tra la società e la cultura, sono riusciti a motivare e coinvolgere altri autori: alcuni nomi inaspettati, altri anarchici a tal punto da sembrare imprendibili, altri ancora talmente saggi e consapevoli della necessità di difendere il «nome dell’autore», come diceva Michel Foucault, da sembrare quasi estremi.

Dacia Maraini, la sceneggiatrice, scrittrice e giornalista che tutti conoscono come esempio di autorialità indiscutibile, e Mimmo Calopresti, autore tra i più autonomi, internazionali e allo stesso tempo profondamente legati all’Italia e al suo Sud, raccontano perché hanno deciso di entrare in una coalizione, laddove il virus dovrebbe, a rigore di logica, tenere tutti più distanti.

DACIA MARAINI

Cosa l’ha spinta ad accettare di entrare nel Consiglio dei Probi Viri dell’ANAC?

«Penso che in questo momento di frammentazione e dispersione dei talenti ci sia bisogno di un luogo e uno spazio in cui ci si riconosca e si creino alleanze vitali fra le varie arti: narrativa, cinema, teatro, poesia, musica non sono mondi lontani e separati, ma fanno parte del comune linguaggio di crescita e di consapevolezza di un paese».

In questo tempo impaurito si può ridefinire il concetto di comunità, di appartenenza a un gruppo, per condividere e portare avanti politiche e ideali comuni?

«Certo che è possibile, anche se la paura tende a frammentare i rapporti e ad allontanare le persone le une dalle altre. Ma c’è chi resiste e chi sa che mantenere rapporti, anche se per il momento solo via remoto, è importantissimo…».

Come è cambiato il mondo autoriale italiano degli anni Sessanta e Settanta? È ancora possibile, utile, sensato fare un parallelo, più che un paragone, con quell’epoca che, indubbiamente, ha cresciuto intellettuali di altissimo spessore, come forse non è più successo da allora?

«Non si tratta di nostalgia senza soluzione, ma di ammissione e consapevolezza del fatto che una certa politica e, quindi, una certa cultura, si siano trasformate, col tempo. La differenza sta tutta nella progettualità e nelle idee condivise. Quando una collettività si proietta verso il futuro con fiducia e voglia di cambiare, nasce l’entusiasmo e l’impegno. Oggi viviamo in un tempo di delusione e di isolamento, di personalismi e lotte furibonde per il potere. Gli artisti testimoniano del proprio tempo».

“Marianna Ucria” di Roberto Faenza (1997)

Quali sono i tratti comuni, oggi, tra gli autori italiani?

«Ci sono due atteggiamenti: uno legato alla cronaca e all’attualità che riguarda soprattutto i cineasti impegnati che si interrogano sul che fare, che si concentrano sul reale e lo incalzano. L’altro più a lungo termine si dedica all’approfondimento dei rapporti privati, soprattutto in famiglia. Non c’è dubbio che la famiglia stia cambiando e gli autori cercano di capire come».

Da quasi un trentennio gli autori sembrano aver privilegiato un atteggiamento individualistico, chiuso, asettico, con una forma di diffidenza e autoreferenzialità poco adatte alla crescita, alla diffusione delle idee e delle aspirazioni. Pensa che la pandemia e il diffuso senso di smarrimento, di compassione (patire insieme) che porta con sé, stia facendo tornare la voglia di condividere, di confrontarsi, di mettersi in gioco da parte degli autori?

«In quello che descrivi c’è del vero, ma se andiamo a vedere, nome per nome, film per film, ci accorgiamo che il panorama è diversificato, complesso e vario. Gli autori veri cercano sempre il sommerso e l’invisibile, per raccontarlo a modo loro. E se sono sinceri e poetici, riescono a comunicarlo. Come hai detto giustamente il lungo periodo berlusconiano non ha incoraggiato una atmosfera creativa. Abbiamo vissuto in una società di mercato in cui contava soprattutto la produzione anziché la creazione e questo ha provocato molti danni. Ma il buon cinema resiste e riesce a procurare emozioni estetiche ed etiche».

C’è ancora la possibilità di guardare alla crescita della cultura e delle idee, al servizio della comunità e con i piedi piantati nella Storia del Paese, con fiducia e lungimiranza, a prescindere dai mezzi tecnologici e dalle forme di distribuzione con i quali le stesse idee vengono trasmesse ai cittadini?

«Come ho già detto, la cultura è stata frammentata, e oggi risentiamo della perdita di grandi progetti condivisi che accomunano una collettività. Ma, pur nel disastro della perversa prevalenza dell’io sul noi, un atteggiamento di resistenza e di speranza resiste e credo che i migliori registi di oggi lo esprimano, anche se con dolore e stupore. Non dobbiamo cedere al desiderio di autodistruzione che prende chi vede solo rovina e deserto intorno a sé».

Quali sono i passi principali che l’ANAC, come comunità per la comunità, dovrebbe fare?

«L’ANAC dovrebbe cercare di ricreare un sentimento di solidarietà professionale, una voglia comune di costruire un futuro nuovo, coraggioso, in cui tutti si possano riconoscere. Non soltanto rappresentare la voglia di buttare tutto all’aria e lasciarsi morire – tentazione molto diffusa che si può comprendere ma pericoloso da condividere – rimboccarsi le maniche e cercare di capire insieme cosa si possa fare, dire e rappresentare per salvare il mondo dall’autodistruzione. Ho conosciuto e avuto amicizie fra i grandi registi del passato, penso a Pasolini, a Ferreri, a Pontecorvo, a Fellini, ad Antonioni, a Scola, e ritengo che abbiano molto ancora da insegnarci, non solo dal punto di vista artistico, ma nel senso di comunità che avevano, e della solidarietà che li univa quando si trattava di difendere i diritti del cinema di fronte alla cecità della politica».

 

MIMMO CALOPRESTI

«Perché entrare nell’ANAC ora?»

«Questo è un momento di grande trasformazione, eppure si ha un comune senso di perdita di punti fermi, anche nel cinema. Tra le piattaforme che imperversano, le sale chiuse, i set blindati, il Covid ovunque, unirsi in una realtà che fa parte dell’Italia e dei suoi autori di cinema sin dal Neorealismo, si rivela una sicurezza. Ho sposato un principio sul quale l’ANAC si sta battendo molto, in questo periodo: vedere un film al cinema, o vederlo su una piattaforma non è la stessa cosa. L’ANAC sta tentando di salvare le sale, assieme agli autori. Ma questo non significa rinnegare le piattaforme, che sono una realtà ormai consolidata. Mi sembra che, mai come in questo momento, sia necessario ribadire che il cinema esiste e che, anzi, tra le infinite proposte delle stesse piattaforme, il cinema torna al centro del mondo. Il vecchio e il nuovo: adeguarsi al nuovo mercato, pur difendendo l’identità degli autori. Non solo fare un film e farlo vedere, in un’operazione comune e complessa che si occupi di tutta la filiera del cinema, ma cercare di diffonderlo e condividerlo con il maggior numero di persone, per confronti, critiche, discussioni comuni, sempre dì più diffuse, anche grazie e attraverso la rete, che ci permette di incontrarci contemporaneamente, in uno stesso luogo, a centinaia di chilometri gli uni dagli altri, alle volte».

Cosa cerca, come autore, dentro l’ANAC?

«Il concetto di autore è largo, io sono alla ricerca di alleanze: giornalisti, scrittori, registi, per il cinema e per la cultura come centro e non come periferia, a prescindere dall’appartenenza specifica. Mi interessa molto questa fase nuova dell’ANAC perché è post ideologica. Nel senso che restano fermi i caposaldi della cultura autoriale italiana, ma ci si apre anche ad autori nuovi o inaspettati, in questa associazione. Pupi Avati, per esempio, è sempre stato considerato un individualista assoluto del cinema, e in effetti forse lo è, ma non ho mai visto tanto coinvolgimento da parte sua come in questo momento dentro l’ANAC: è molto combattivo per dare un futuro saldo al cinema. Il cinema, bisogna ricordarlo sempre, non è una forma ideologica, ma una forma di cultura, che appartiene a tutti. Attraverso il cinema, insomma, la cultura torna a essere protagonista per la collettività e per ciascuno di noi»

“Aspromonte” di Mimmo Calopresti (2019)

Quali sono le iniziative dell’ANAC in questo momento?

«Proprio in questi giorni, stiamo portando avanti la madre delle nostre battaglie per la difesa delle sale, su due fonti. Innanzi tutto, Pupi Avati, ancora una volta, ha incoraggiato i soci a intraprendere una forte pressione politica sul Ministro della Cultura Franceschini, affinché si faccia un attento e rapido piano di riapertura delle sale.

Parallelamente, ci stiamo battendo contro la chiusura delle sale cinematografiche, in questo dramma di privazioni generali dovute al virus. Mi riferisco a sale come quella grandiosa, che ha cresciuto generazioni di cinefili e cineasti: il cinema Azzurro Scipioni non deve morire. Proprio in questi giorni, noi autori dell’ANAC abbiamo chiesto ufficialmente al MIBACT e al Comune di Roma di intervenire affinché il cinema fondato da Silvano Agosti 40 anni fa, resti aperto. E, con quella sala, non deve morirne nessun’altra. Invece, lo sappiamo, succederà. Ma noi, tutti, dobbiamo opporci».

Pensa ci sia modo, attraverso l’ANAC, di portare avanti un dialogo, una collaborazione comune con le cinematografie internazionali?

«Ovviamente: la possibilità di confrontarsi anche fuori dall’Italia è al centro delle nostre necessità e dei nostri interessi. Ci sono molti temi da affrontare con il resto d’Europa, del mondo: la difesa dell’autorialità, le leggi nazionali e quelle comuni per il futuro del cinema, per rimettere il cinema al centro della politica. La piattaforma ANAC, la scuola di sceneggiatura intestata a Leo Benvenuti, il confronto con gli autori del cinema indipendente francese: sono tutte politiche di apertura, di scambio, di dialogo che ritengo indispensabili per la creatività di ciascun autore».

Da che cosa nasce l’esigenza di ricompattare l’ANAC, dopo anni di disgregazione?

«L’ANAC si è disgregata come molte realtà, negli anni scorsi, perché ognuno ha tentato di salvarsi da solo, rispetto ai propri referenti e produttori. Non illudiamoci che un autore di cinema rinneghi il proprio nome e la propria specificità. La crisi economica, dal 2008 in poi, quindi molto precedente al virus, e un degrado dovuto a politiche divulgative che hanno abbassato il livello culturale generale, un sempre maggiore deteriorarsi del senso della Politica come gestione pubblica per il bene di tutti e molti altri fattori. L’idea di battersi, mettersi davvero insieme, fa nascere la possibilità di rivendicare, difendere e creare doveri e diritti, ma anche nuove opportunità. Soprattutto in questo anno dove la pandemia ha ricreato un senso di vita, proprio perché l’ha messa in pericolo. Forse, lo spero, l’unione può aiutare a cercare soluzioni per noi stessi e per tutti quelli che lavorano con noi. Il cinema è un’arte complessa. Sono centinaia le famiglie di chi lavora nel cinema che, in questo anno, sono in gravissima difficoltà economica. L’ANAC si occuperà anche di loro perché, senza i professionisti del cinema, l’autore cinematografico non è nessuno».

Cronisti in prima linea: la nuova web series di AMD

Viaggio nell’informazione di frontiera fra antichi e recenti modelli di business criminale per conoscere chi le mafie le racconta ogni giorno

L’informazione libera è stata, è e sarà sempre il cuore pulsante del nostro Forum. Con questa nuova web serie iniziamo un viaggio attraverso i protagonisti di quell’informazione contro le mafie che quotidianamente raccontano scrivendo, filmando, registrando o postando, l’evoluzione delle mafie e il loro impatto sui territori, sull’economia, sulla società e, in ultima analisi, sulla stessa democrazia.

Sarebbe un errore appuntare l’attenzione esclusivamente sui rischi che queste/i giornalisti corrono, a volte quotidianamente, per fare il proprio lavoro, e infatti ne parleremo assai poco. Quello che ci interessa sapere dal loro privilegiato punto di osservazione è come stanno cambiando le mafie, come affrontano il dopo pandemia che è appena cominciato.

In un tempo che evidenzia la crisi strutturale dei vecchi media e non ha ancora dispiegato le potenzialità del futuro digitale, l’unico rimedio per frenare la perdita di credibilità della professione è tornare a essere giornalisti, ovvero, come diceva Albert Camus “Storici del presente”.

ENRICO FIERRO

Amalia De Simone

Francesco Vitale

“Selfie”, ovvero la fotografia della realtà

Intervista ad Agostino Ferrente, autore del documentario che ha vinto il David di Donatello. Una Napoli lontana dallo stereotipo delle serie tv si racconta in prima persona.

Un film sulle periferie della città partenopea e una scelta controcorrente: puntare su una storia di amicizia tra due ragazzi in cerca di una vita normale, piuttosto che raccontare l’ascesa epica nella criminalità organizzata. Selfie dimostra che la non violenza può essere fotogenica e sensuale

intervista di MARTA RIZZO

Selfie, il film documentario di Agostino Ferrente, per ricordare il 16enne Davide Bifolco, vince il David di Donatello 2020 come Migliore Documentario. Un racconto personalissimo, che ha il potere di scuotere nel profondo ciascuno spettatore e tutti. Davide, ucciso nel Rione Traiano perché scambiato per un latitante da un carabiniere, vive nello spazio e nel tempo filmato in video-selfie dei due sedicenni protagonisti: Alessandro e Pietro. I due amici di Davide abitano a pochi metri dal luogo della tragedia e Ferrente li trasforma in cameraman, dando loro due smartphone, per ottenere un punto di vista “immersivo”, che restituisca e faccia combaciare il loro sguardo e quello della strada, dove i ragazzi del rione trascorrono la maggior parte delle loro giornate. Ale e Pietro sono sempre presenti, protagonisti e testimoni; guidati dal regista, si specchiano nel display del cellulare, filmando e raccontando il loro ricordo. Sullo sfondo, una Napoli popolare e dimenticata, con le sue creature che crescono tra spaccio, sale giochi, carcere, sparatorie e morte; più lontano, uno Stato “latitante” che, quando c’è, spara per “errore” e uccide, di fatto, impunito. Accanto, sopra, affianco a questi diversi livelli di scrittura cinematografica, Ferrente inserisce le testimonianze di altri giovani del quartiere e le immagini delle telecamere di sicurezza poste agli angoli alti di Traiano: impassibili, inerti testimoni di giornate fatte di violenza. La rivoluzione dell’antiviolenza di due adolescenti pieni di malinconia fa il giro del mondo, nel nome di Davide.

Quelle vite raccontate attraverso uno smartphone

Come hanno vissuto questo premio i ragazzi del film?

Con emozione, incredulità e orgoglio. Alessandro l’ha saputo per ultimo, avevo provato a chiamarlo, ma aveva il telefono spento, perché già dormiva con la sveglia puntata alle 5.00 per andare ad aprire il Bar Cocco. Pietro si è commosso, lo ha dedicato a sua nonna con cui aveva girato una scena molto tenera nel film e, poche settimane dopo, è venuta a mancare. Entrambi, naturalmente, hanno pensato a Davide e tutti abbiamo ricordato come, sin dall’inizio di questa avventura, a ogni ostacolo, e ce ne sono stati tantissimi, la famiglia mi incoraggiava rievocando la vittoria di Davide contro Golia. Inevitabilmente, tutti abbiamo sorriso, pensando all’assonanza, casuale ma fatale, tra il nome di Davide e quello del prestigioso premio vinto da tutti: il David di Donatello.

Com’è cambiato il tuo pensiero su Davide, ora che tanti riconoscimenti pubblici, nazionali e internazionali, gli hanno dato quella giustizia che la Giustizia gli aveva tolto?

Come dice con amarezza la famiglia di Davide, il loro bambino è stato ammazzato 3 volte. La prima materialmente; la seconda per come la stampa ha abusato di un pregiudizio sociale, trasformando la vittima in colpevole; la terza quando la sentenza definitiva ha scagionato il carabiniere che aveva premuto il grilletto, condannandolo a una pena di soli 2 anni, sospesa da subito. Un racconto non può far tornare in vita chi non c’è più, ma ho tentato di onorare la sua memoria. Spero che il successo del nostro piccolo film, abbia potuto risanare, almeno in parte, il dolore dovuto a quella che, chi conosceva Davide, considera la sua seconda uccisione: contribuendo a ribaltare, almeno un po’, l’idea che le persone non realmente informate dei fatti, si erano fatte di questo ragazzo e dei tanti come lui. Giovani che hanno la cattiva idea di nascere in rioni popolari dove non avere diritti diventa una colpa. Ale e Pietro, raccontando la loro quotidianità, mostrano al mondo come sarebbe stata quella di Davide, se non l’avessero ucciso.

Cosa ha colpito, secondo te, i giurati David?

Non lo so, immagino che ognuno abbia avuto le sue motivazioni. Molti dei giurati, dopo averlo votato, mi hanno scritto per comunicarmi quello che avevano provato vedendo Selfie. Alcuni mi hanno detto cose somiglianti tra loro, altre molto diverse.

Qual è la rivoluzione di questo tuo film, se c’è?

Ogni opera, non solo cinematografica, dedicata a una vicenda intima, può aspirare a toccare delle corde universali. La tragedia di Davide purtroppo è una delle tante, simili, che accadono ogni giorno nel mondo. Gli abusi del potere e delle forze dell’ordine verso i più indifesi, ovvero verso le persone che dovrebbero invece proteggere, ci sono ovunque: sia nei regimi conclamati che nelle presunte democrazie. E quasi mai il potere processa sé stesso. Probabilmente anche per questo, nella vicenda raccontata da Selfie si sono identificati molti spettatori di ogni Paese: ovunque sia stato presentato mi hanno parlato di un Davide Bifolco del luogo e, per questo, il film l’ho dedicato a tutti i Davide Bifolco e tutti i rioni Traiano del mondo. Dappertutto, per esempio, in questi giorni ci sono iniziative in memoria di George Floyd, l’afroamericano soffocato dal poliziotto bianco che aveva già ucciso in passato, ed era stato già oggetto di varie inchieste. Ciononostante, era ancora in servizio. Anche da noi ci sono tantissime iniziative, di solidarietà e protesta, animate da sentimenti sinceri, senso di ingiustizia e impotenza. Eppure, in Italia, ogni “morte di Stato”, ha seguito lo stesso copione, con tentativi di insabbiamento, disinformazione della stampa (spesso complice) e assoluzione finale dei responsabili. E devo aggiungere che sui fatti italiani non c’è mai stata una simile mobilitazione.


Pensi che i ragazzi di Traiano, ora, avranno un futuro diverso?

Un’inquadratura di “Selfie”

I protagonisti di un documentario hanno la possibilità di rivedersi sullo schermo come se fosse uno specchio, relativizzando la propria vita, ragionando su loro stessi, come se si fosse fatta una lunga seduta di analisi e forse, lo spero, questo può aiutarli. Il problema è che molte questioni non dipendono da loro, ma da chi dovrebbe prendersi cura di loro. Certo, spero che un po’ questa avventura abbia potuto, nel suo piccolo, contribuire a far venire alla luce la povertà educativa, che non riguarda certo solo il Rione Traiano di Napoli. Un film non basta, può dare una scossa, ma non basta. I problemi sono atavici, endemici: il determinismo sociale, il classismo, le disuguaglianze, i pregiudizi, la mancanza di opportunità, di istruzione e lavoro.

Da dove nasce questo film e che film è?

Avevo conosciuto dalla stampa, come molti, la tragedia di Davide. Indagando meglio mi sono imbattuto in un volume dell’Edizioni dell’Asino dal titolo Una città dove ammazzano i ragazzini, nel quale compaiono due racconti di due amici che stimo moltissimo: Maurizio Braucci – lo sceneggiatore di film come Gomorra (2008) e Martin Eden (2019) – e Massimiliano Virgilio, scrittore napoletano brillante e attento. Maurizio aveva collaborato amichevolmente al mio precedente film dal vero realizzato a Napoli (Le cose belle – 2013 co-diretto con Giovanni Piperno, ndr), Massimiliano aveva scritto “cose belle” su Le cose belle… Insomma, mi fido molto del loro sguardo sulla città in cui vivono e che spesso raccontano nelle loro opere e sento di condividere con loro una stessa voglia di comprendere, attraverso l‘arte, invece di giudicare.     Il volume spiega in modo chiaro come la situazione delle periferie napoletane sia frutto di un ecosistema di abbandono istituzionale. Come in tantissimi rioni popolari, le famiglie di Traiano mettono al mondo figli con un destino già scritto: se sei figlio, nipote, fratello di qualcuno che ha avuto problemi con la legge, lo sarai anche tu. Questi ragazzi sono dei predestinati. Il film racconta questo e chi cerca di non cadere nella trappola delle tentazioni direi obbligate, come Alessandro, Pietro e Davide, si ritrova ad affrontare una sfida difficile, ma non impossibile. Io faccio film “d’innamoramento”, non film “di denuncia”. Poi, se nei miei film c’è la denuncia, è una conseguenza, non l’obiettivo principale. Dal punto di vista poetico, volevo usare la metafora del come, tra le macerie, possano crescere fiori che resistono anche se nessuno li annaffia. Dal punto di vista sociale (ma i film non devono rubare il lavoro ai sociologi), volevo mostrare come in Italia ci sia ancora un forte classismo legalizzato.

Selfie non è solo un documentario, ma un esperimento di estetica dello strumento cinema e, contemporaneamente, anti-apologia, anti-stigmatizzazione sincera sulla sensualità della non violenza. La retorica dello sguardo che “una certa tendenza del cinema” italiano di denuncia (come scrive François Truffaut sullo stereotipato cinema francese tra gli anni ’50 e i primi anni ’60) sta portando avanti da troppo tempo, viene azzerata, in Selfie. Come hai costruito il film, anche grammaticalmente?

La storia di Davide, lo spunto iniziale, emerge progressivamente, dai racconti degli amici raccolti da Pietro, dalla dolorosa testimonianza raccolta da Alessandro del fratello Tommaso (poi morto anche lui, ndr) e dei genitori del ragazzo; dal sogno di Alessandro in cui la vicenda dell’omicidio dell’amico si incrocia con l’assenza del padre, in un liberatorio e asfissiante bagno al mare. Ma quella morte ha colpito l’intero quartiere, perché quello che è successo a Davide poteva succedere a qualunque altro adolescente. I livelli di sguardo si raddoppiano nei selfie delle dichiarazioni di gruppo fatte dai ragazzini del rione e nel ritorno ritmico e circolare delle immagini delle telecamere di sorveglianza. Ho tentato di dare uno sguardo antieroico, come dici, affinché lo spettatore potesse partecipare il più possibile a una storia dove buoni e cattivi, giusto e ingiusto, bello e brutto non esistono. Da molti anni cerco di eliminare dal film documentario la figura dell’operatore. Dal mio Film di Mario (1999), girato a Bari, ho l’ossessione di far raccontare le storie dei miei personaggi attraverso il mezzo cinema; fino a Le Cose belle (2013), quando ho dato la telecamera a dei ragazzini per intervistare le loro mamme; la particolarità è che stavolta i ragazzini filmano se stessi e la loro “soggettiva” coincide con l’ “oggettiva”, poiché i due piani si incrociano e si fondono nello specchio del display dello smartphone. Tanto mi sembrava determinante la scelta del dispositivo, che l’ho promossa a titolo del film, pur essendo la parola in sé poco simpatica, ormai associata a un narcisismo debordante. L’intenzione era di far raccontare a Pietro e Alessandro la loro quotidianità anche per far capire come sarebbe stata quella di Davide.

Alessandro e Pietro, i protagonisti

Ti sei battuto contro molti pregiudizi, per realizzare questo film?

Abbastanza. Tutti noi che guardiamo, anche se in buona fede, abbiamo il filtro del pregiudizio, che è uno strumento soprattutto borghese. Quando si è diffusa la notizia dell’uccisione di Davide, la maggior parte della gente, per di più influenzata dalla stampa, ha pensato si trattasse davvero di un camorrista, e, come ricorda Alessandro nel film, ha commentato: “vabbè, uno in meno”. Ma Davide non aveva mai avuto problemi con la legge. E anche se al posto suo ci fosse stato un altro sedicenne con magari qualche conto in sospeso con la giustizia, non andava certo giustiziato seduta stante. A monte, se l’inseguimento della polizia fosse avvenuto in un quartiere bene, tipo il Vomero, il carabiniere non avrebbe sparato, credo io, pensando che quel ragazzino avrebbe potuto essere figlio di un professionista, un medico, un architetto, un avvocato… Ma questi ragazzi che fanno i militari, spesso senza un’adeguata preparazione a gestire le emergenze, sono terrorizzati a loro volta e pensano che sparare sia un modo per prevenire. Il problema non è solo il militare in questione, ma chi lo ha armato e messo lì. In USA Amnesty International (che patrocina Selfie, ndr) spiega il problema dello stigma sociale ai bambini nelle scuole con questo esempio: se vedi un bianco che corre pensi che stia cercando di non perdere il treno o di non arrivare tardi ad un appuntamento; se vedi un nero che corre pensi che stia fuggendo dopo aver commesso un qualche reato.

Alessandro, Pietro, i ragazzi del quartiere intervistati… Chi sono i veri protagonisti di questo film, a parte Davide, presente ovunque, nella sua tragica assenza?

L’espediente di dare ai ragazzi il cellulare li distrae dall’ansia da prestazione di fronte alla telecamera e li fa concentrare su ciò che devono e vogliono dire. Qualcuno equivoca pensando che il mio sia un “documentario partecipato”, ovvero uno film dove il regista consegna la telecamera ad altri che la usano autonomamente, attenendosi a delle linee guida e poi, ricevuto il girato, il regista lo monta. Nel mio caso non c’è mai una delega di regia, neanche parziale: il mio è un documentario “narrativo”, o, come lo chiamano i francesi “di creazione” e io dirigo sempre i protagonisti, che in questo caso sono, ho reso, anche cameraman. Di solito passo molto tempo con loro a telecamere spente, per raggiungere quel grado di confidenza grazie al quale, durante le riprese, non si avverta la mia presenza. E se qualcuno pensa che non c’ero, mi fa un complimento, perché vuol dire che ho raggiunto il mio scopo, dirigere restando invisibile. Certo già aver scelto quei protagonisti, è metà film: ognuno di loro, con la sua storia e faccia, i brufoli, le sue ingenuità e sogni, è portatore di un patrimonio narrativo, poi il mio lavoro di regista consiste nel trasformare le persone in personaggi e fare una sintesi poetica di pochi minuti della loro vita. Amo definirla “drammaturgia della realtà”: creare le situazioni, veicolare i tempi alla base dei dialoghi, ricordare battute utili durante le riprese, ma che magari avevano fatto prima, a telecamera spenta: metterli, insomma, diciamo così, in bella copia… Assumendomi dunque pienamente la responsabilità narrativa, poetica, estetica.

Molto interessante è il tuo approccio con i ragazzi che intervisti nel rione. In particolare, con le ragazze: chi sono quelle adolescenti con smalti psichedelici e occhi trasognati? Come hai fatto a farle sentire a loro agio, mentre le riprendevi?

Come con tutti gli altri, l’idea di chiedere anche a Sara e Antonella di auto-filmarsi è un metodo per placare un po’ l’ansia da prestazione che normalmente assale di fronte a uno strumento di ripresa. Porgendoglielo tra le mani, le ragazze si sono trovate più a loro agio, “padrone” della scena e, dunque, soggetti e non oggetti. E così si son potute aprire maggiormente, concentrandosi su quello che dicevano, dialogando tra loro. E la dichiarazione pubblica di amore eterno ai fidanzatini, che a loro dire rimarrà tale anche nel caso dovessero finire in carcere, è una cosa che considero romantica. Ma è pur sempre una promessa d’amore di ragazzine di 16 anni, perché quando si è innamorati pensiamo e vogliamo che sia per sempre. Magari poi le cose cambiano, e a quell’età cambiano velocemente, quindi non scomodiamo subito l’idea di un assoggettamento cieco e rassegnato a un’arcaica e maschilista cultura dell’appartenenza.  Mi spiego: cosa c’è di più importante e valoroso della vita e della libertà? Le ragazze del Rione, s’innamorano di ragazzini della loro età, che, dai 12 anni in su, stanno tutto il giorno sui motorini, nelle sale da gioco, e talvolta finiscono, ancora bambini, in giri più grandi di loro e sanno che o andranno in carcere, o moriranno ammazzati. Così, come loro sembrano pronti a sacrificare la libertà o esistenza, allo stesso modo le fidanzatine, contraccambiano dicendosi pronte a sacrificare la loro libertà sentimentale, promettendogli fedeltà per la vita… Insomma, anche in questo, il determinismo sociale, l’emarginazione, non fanno distinzione tra maschi e femmine: è una fetta cospicua di società viene messa al margine. Il determinismo sociale travalica sessi e ruoli: quelli che finiscono per spacciare stanno a Traiano, quelli che consumano, studenti e professionisti, stanno lì vicino, al Vomero: due mondi che sono due facce della stessa medaglia, che si alimentano a vicenda e si completano. Chi paga, però, sono solamente i ragazzini che spacciano.

Le strade di Traiano, quartiere di Napoli

Quale differenze hai voluto sottolineare, tra la vita di una periferia del sud, di Napoli, e la vita di spettatori lontani, spesso del tutto inconsapevoli di un mondo quotidianamente al limite tra legalità e illegalità?

La distinzione tra lavoro onesto e disonesto la possiamo fare noi dal di fuori. I ragazzi dei quartieri, come di tante città italiane, ti dicono che se nascono con un padre che spaccia, perché loro non dovrebbero farlo? Come dicevo, la distinzione netta tra bene e male è un concetto molto borghese, teorico: lì ci sono ragazzi che non hanno nessun filtro per distinguere e nella stessa comitiva c’è il ragazzino che ti dice: “Mio padre fa il carrozziere, mio padre il barbiere e mio padre spaccia”. Non sono certo un sindacalista della criminalità, ma guardo ragazzini che stanno 8 ore a spacciare per 80 euro al giorno, senza contributi, tutt’ al più vanno in galera, o muoiono. Di certo i genitori avrebbero preferito un altro lavoro per loro. Ma spesso il “crimine” diventa una conseguenza naturale, non una scelta ponderata e questo meccanismo andrebbe interrotto, cambiando le condizioni che lo provocano. E certo non può farlo un documentario.

Alessandro e Pietro come vivono il loro essere abitanti di Traiano?

Cercando di opporsi ad un destino che sembra essergli stato cucito addosso appena nati. Come dicevo, non è facile, ma neanche impossibile. Loro ci provano, vanno aiutati, supportati, incoraggiati e non guardati con sospetto appena la gente viene a sapere da dove vengono.

Chiudiamo con una cosa bella, oltre il dolore del film. Decidi tu come concludere.

Vorrei ricordare l’Associazione nata in memoria di Davide (Associazione Davide Bifolco Onlus), che si occupa di fare doposcuola volontaristicamente con ragazzi che altrimenti si perderebbero per strada. Di fatto fanno, come possono, quello che dovrebbero fare le istituzioni, che neanche la sostengono. E quando dici istituzione, in posti come il Rione Traiano, subito pensano alle camionette delle forze dell’ordine.

Auser e AMD insieme per i diritti

Quella fra Auser e l’associazione “A mano disarmata” è una collaborazione che nasce sotto il segno della cittadinanza attiva: da una parte una grande associazione radicata sul territorio e attiva su molti fronti, dall’altra un gruppo di professionisti dell’informazione e della formazione che lavora sui temi della lotta alle mafie.

La legalità, il rispetto delle regole, la promozione dei diritti del cittadino e la difesa della democrazia sono gli assi portanti di questa collaborazione che prende avvio su un tema di grande attualità: i pericoli nei quali si può incorrere nell’utilizzo di internet.

Non è che l’inizio di un cammino collettivo nel quale svilupperemo, di comune accordo con le articolazioni di Auser a tutti i livelli, un lavoro di approfondimento delle conoscenze attraverso iniziative, seminari e quant’altro potremo mettere in campo.

La democrazia è un bene fragile, sottoposto a stress continui: dalle disuguaglianze sociali ai gap di competenze, dai ritorni di fiamma per soluzioni autoritarie a minacce che non è facile identificare.

Intervista al Presidente Vincenzo Costa

Le mafie, per esempio, sono un fenomeno in costante espansione e, come segnalano gli investigatori della Procura Nazionale Antimafia, sono pronte ad approfittare dei momenti di crisi, come quello che stiamo vivendo, per rafforzare la loro potenza economica e consolidare il dominio criminale. Il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine va affiancato dalla vigilanza dei cittadini e dalla crescita della cultura della legalità. Ed è qui che Auser e “A mano disarmata” possono dare il loro contributo.

La vergogna delle Rsa

Anoressia e bulimia: “Il mio inverno”

La web serie “Ombre sul web” ha suggerito a Cinzia Rizzetti un ricordo che è testimonianza

Vomito, di nuovo sono stata stupida. Un tacchino, sono un tacchino che si incozza. Sono il solito disastro, non sono abbastanza, o sono troppo. Lo specchio mi restituisce un’immagine goffa, deforme. La devo smettere. Il cibo non è mio amico. È un mostro che mi divora dal di dentro. I pensieri diventano ossessivi come i morsi allo stomaco.

Provo a distrarmi, ma ancora quel pensiero mi tormenta, non devo dargli peso. Già, il peso! Scende ma non ci credo, lei mente. Solo lo specchio dice la verità. È la verità è che sono grassa anche se lei segna 43. Gli altri non vedono, io si. Mi dicono che quelle che sporgono sono le mie ossa, ma dove? Vogliono rinchiudermi, dicono che non sono obbiettiva, che sono io a deformare la realtà. La realtà è che anche quest’anno l’influenza mi ha colpito, ho mal di gola, non mi reggo in piedi e sono stanca. Ho freddo, ho le mani ghiacciate. Quest’anno l’inverno non vuol andare via anche se il grano è già alto.

Ora dormo un po’ se i rumori allo stomaco si decidono a tacere.

Disturbi alimentari online

Camorra al Nord: cronista veneta nel mirino

Di Nicola Chiarini

L’intimidazione e le minacce ai cronisti sono parte del metodo mafioso, ovunque il cancro della criminalità organizzata si annidi. Non fa eccezione il Veneto Orientale dove, in questi giorni, è stata condotta una operazione contro la camorra con decine di arresti. Nella copiosa mole di materiali raccolti dagli investigatori è emerso che nel mirino dei clan era finita Monica Andolfatto, giornalista del Gazzettino e segretaria del Sindacato giornalisti del Veneto (Sgv), per il suo puntuale lavoro di cronista di nera. A quanto emerge, i malavitosi avevano valutato nel 2008 di sparare alcuni colpi di pistola a titolo intimidatorio contro la giornalista, dopo alcuni articoli su episodi criminosi avvenuti nel comprensorio di San Donà di Piave. L’azione non andò in porto perché l’incaricato fu arrestato prima di poterla compiere. E ancora, un paio d’anni dopo, la rinnovata attenzione della cronista provocò ancora reazioni di rabbia nei delinquenti, a conferma di quanto l’informazione, illuminando le zone d’ombra, possa essere un concreto ostacolo ai piani dei professionisti del malaffare. Dentro e fuori la categoria sono tante le attestazioni di stima e solidarietà nei confronti di Andolfatto, a partire dai vertici della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), il sindacato dei giornalisti in Italia. “Ringraziamo le forze dell’ordine e la magistratura per il grande lavoro svolto sul territorio che ha consentito di assicurare alla giustizia chi, per non essere disturbato nella sua attività criminale, voleva mettere a tacere la collega” rilevano Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, rispettivamente segretario generale e presidente della Fnsi, che aggiungono: “Chiediamo alle autorità di garantire a lei e a tutti i cronisti della regione di poter svolgere in sicurezza il loro lavoro. A Monica Andolfatto diciamo che non abbiamo alcun dubbio che continuerà a onorare con la solita determinazione e passione il suo dovere di informare i cittadini”.

Fake-news e democrazia, la strategia della disinformazione

Da un paio di anni a questa parte, nel dibattito politico, mediatico e scientifico a livello mondiale, è divenuto virale il neologismo anglosassone “fake news” come indice di un fenomeno che a causa delle caratteristiche della rete, sarebbe latore di una inedita quanto fatale minaccia per la tenuta dei regimi democratici: in sostanza, la disinformazione on-line privando il cittadino di una informazione completa, parziale e oggettiva minerebbe la sua capacità deliberativa in campo politico e dunque la genuinità delle elezioni. Di qui, la richiesta di un intervento dei pubblici poteri volto a reprimere il fenomeno.

La gran parte dei giuristi che si occupa del diritto dell’informazione ha avuto buon gioco nel rilevare il carattere ideologico di questa posizione che è emersa a partire dal 2016 – dopo dieci anni di attività dei social network – a ridosso della elezione di Trump, della Brexit e di altri esiti elettorali avversati quanto imprevisti dal mainstream. Dunque, dopo decenni di dibattiti sulla mancanza di pluralismo informativo, sulle omissioni e le asimmetrie del processo comunicativo, sulle cause della disinformazione nei media tradizionali (simbolicamente rappresentata da quella che è stata definita la madre di tutte le fake news, ossia le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein) si arriva alle inevitabili conseguenze: i media stanno perdendo la capacità di comprendere e di orientare gli elettori.

La reazione, però, è quella di mettere in discussione la libertà di manifestazione del pensiero su cui poggia l’intero edificio democratico. Dunque, pur essendo indirizzata alla rete, la campagna contro le fake news rappresenta forse qualcosa di più pericoloso di «una guerra tra vecchi e nuovi media – e vecchi e nuovi centri di potere – per il controllo dell’opinione pubblica».

Quel che sta cominciando ad inquietare i giornalisti, in primis quelli della carta stampata, infatti, è che per la prima volta nella storia delle democrazie contemporanee, gli attori politici propongono un intervento dei pubblici poteri per punire, censurare (direttamente o indirettamente) – o peggio ancora per certificare con organismi pubblici o privati – il falso informativo in quanto tale: non la diffamazione, la frode, il raggiro, l’aggiotaggio, la violazione della proprietà intellettuale o della fede pubblica, ma il falso in sé e per sé, riferito peraltro non al dato nudo e crudo ma addirittura alle notizie.

Qui non si tratta solo dei falsi artatamente confezionati con le nuove tecniche digitali, come la clonazione di articoli di testate giornalistiche on-line, o come i software (ro)bot in grado di agire sulla rete alla stregua di esseri umani con la creazione di account falsi a fini di propaganda occulta. Né si tratta solo delle affermazioni evidentemente prive di qualsivoglia fondamento scientifico (es. “Il Sole gira intorno alla Terra”). Anche su questo tipo di contenuti, peraltro, si potrebbe obiettare che i falsi digitali hanno le gambe corte, visto che i professionisti dell’informazione sono in grado di smascherarli (magari proprio con l’ausilio delle nuove tecnologie) senza alcun bisogno di interventi normativi. D’altro canto, non può sfuggire che l’utilizzo più o meno occulto dei mezzi di comunicazione per influire sulle vicende politiche di altri Paesi è un fenomeno antico e piuttosto diffuso nel panorama mondiale. Allo stesso modo, per le fantasie in campo medico o scientifico, ci si dovrebbe chiedere: quando l’istruzione e il buon senso non fossero più in grado di salvaguardare la capacità deliberativa dei cittadini in qualsiasi campo, innanzi alla morte della ragione, a cosa gioverebbe la potestà d’imperio, se non a restaurare anche di diritto l’evo oscuro in cui prosperò la cosmologia tolemaica? Il rogo di Giordano Bruno ci scandalizza perché il filosofo aveva ragione o perché l’autorità politica pretendeva di essere depositaria della verità assoluta, giusta o sbagliata che fosse?

Ma, come si diceva, qui non è solo questione di account falsi, di articoli clonati o di fantasie spacciate per verità. Gli interventi pensati o adottati dai pubblici poteri mirano tutti a toccare i contenuti informativi senza definire a monte né l’oggetto della falsità (i dati, gli eventi, la narrazione ragionata degli stessi?) né tantomeno il parametro per affermarla, sul presupposto che sia sempre possibile verificare sul campo la rispondenza al vero oggettivo di qualsivoglia dato o notizia. E, si badi, proprio in questa epoca, caratterizzata da uno stato permanente di guerre e terrorismo a livello globale, associato alla crisi sistemica dei media.

In questi giorni si discute nel Parlamento francese la proposta di legge sulla lotta alle false informazioni durante il periodo elettorale, che prevede sia l’introduzione di un potere di censura amministrativa sul mezzo televisivo nei confronti di contenuti riconducibili alla propaganda di Paesi stranieri, sia il sequestro giurisdizionale d’urgenza nei confronti di notizie on-line asseritamente false. La proposta è stata aspramente criticata dalla principale organizzazione rappresentativa dei giornalisti d’oltralpe. Come si legge nel comunicato stampa diramato dal SNJ (Sindacato Nazionale dei Giornalisti) il 10 marzo scorso, attribuire ad un giudice il potere di rimuovere una notizia entro 48 ore dal ricorso, significa conferirgli il potere di «decidere sulla veridicità di notizie la cui attendibilità richiede talvolta indagini di diversi mesi». Allo stesso tempo questo sistema oltre ad «indebolire la protezione delle fonti giornalistiche», metterebbe in pericolo «l’intera catena dell’informazione». In definitiva, «con il pretesto di combattere la diffusione di notizie false, questo testo minaccia la libertà di espressione e la libertà di informare».

In effetti, il sequestro sarebbe destinato ad intervenire indipendentemente da ogni dubbio relativo alla commissione di un illecito, per giunta sulla scorta di un parametro assolutamente indeterminato (perché il testo parla solo di «informazioni false in grado di influire sulla sincerità del voto»).

Ad analoghi esiti, ma con l’aggravante dell’assenza di un giudice, conduce la legge tedesca del 30 giugno 2017 alla quale si ispirava anche il disegno di legge Zanda sulle fake news che era stato presentato al Senato il 14 dicembre 2017, durante la XVII Legislatura. Qui la censura avrebbe dovuto essere esercitata per interposta persona, imponendo ai social network di rimuovere (entro sette giorni) contenuti «non manifestamente illeciti» ma fatti oggetto da parte degli utenti di un certo numero di segnalazioni a causa della asserita «falsità del loro contenuto».

In Italia, oltre al disegno Zanda, c’è da menzionare il disegno di legge Gambaro presentato anch’esso nella scorsa Legislatura e volto a rinverdire quelle fattispecie di reato che nel Codice Rocco rappresentano il legato più tipico del ventennio: con l’introduzione degli artt. 265-bis e 265-ter, il progetto si proponeva in sostanza di estendere al tempo di pace la punizione del disfattismo politico (reato attualmente previsto solo per il tempo di guerra dall’art. 265 c.p.); con l’art. 656-bis invece si sarebbe creato un altro reato di pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose (già previsto dall’art. 656 c.p.) per estenderlo al web – ad eccezione delle testate giornalistiche on line – senza peraltro inserire nel testo del nuovo articolo la condizione di punibilità (la turbativa dell’ordine pubblico) che ha preservato l’art. 656 del c.p. da una dichiarazione di incostituzionalità. Almeno fino all’ultima volta in cui il giudice delle leggi è stato interrogato sul punto (era il 1976).

Unanime il coro dei giuristi sul citato disegno di legge: violazione dei principi di determinatezza, tassatività e offensività delle fattispecie di reato, connessa alla patente violazione della libertà di manifestazione del pensiero in nome di un sinistro richiamo allo Stato Etico di matrice totalitaria, se non al suo antesignano medioevale fondato sulla negazione del diritto di eresia.

Non meno inquietudine, presso la stampa internazionale, destano gli interventi pubblici apparentemente più morbidi ma tesi comunque a delegittimare e a privare delle necessarie risorse finanziarie l’espressione di opinioni sgradite, sempre facendo leva sul carattere inevitabilmente indeterminato della nozione di falso informativo.

Ciò è reso palese dal recente scandalo suscitato dall’operato della piattaforma on-line europea EUvDisinfo, creata dall’UE per difendersi dalle campagne di propaganda attribuite al Cremlino. Nel gennaio scorso, la piattaforma ha etichettato come falsi informativi tre articoli di tre testate olandesi on-line: gli articoli riportavano le opinioni di un sociologo (apparse anche sul Guardian) che aveva vissuto in Ucraina e che descriveva il Paese come uno Stato oligarchico, senza media indipendenti, onde poi segnalare la crescita dei movimenti fascisti e l’alta considerazione di cui gode l’esercito di resistenza, accusato di aver ucciso migliaia di ebrei durante la II Guerra mondiale. I responsabili della piattaforma – che avevano agito su istanza di un’associazione denominata “Promote Ukraine” – si sono trincerati dietro un errore di traduzione, come se delegittimare apoditticamente una opinione (ossia la frase frutto dell’errore: «L’Ucraina è uno Stato fascista») etichettandola istituzionalmente come “notizia falsa”, possa rappresentare un fatto meno grave.

La questione ha scandalizzato la stampa d’oltreoceano. Emblematico l’articolo a firma di Michael Birnbaum, apparso sul Washington Post del 25 aprile scorso, dal titolo: «L’Europa vuole reprimere le notizie false. Ma ciò che per qualcuno è una notizia falsa, per qualcun’altro è dissenso democratico».

Ciò nonostante, il 26 aprile scorso la Commissione Europea ha annunciato di voler esportare il modello di EUvsDisinfo alla sua politica di contrasto della disinformazione on-line.

Innanzitutto, le piattaforme on-line saranno tenute ad adottare un codice comune di buone pratiche teso, tra le altre cose «a restringere il numero di possibili bersagli di propaganda politica e ridurre il profitto dei vettori di disinformazione». Inoltre, un gruppo di “esperti” reclutati da un centro di ricerca privato (l’International Fact Cheking Network – IFCN, ramo del Poynter Institute), qualificati alla stregua di «verificatori di fatti» agiranno su una apposita piattaforma on-line gestita dall’UE, con la pretesa di insegnare il mestiere ai giornalisti, etichettando come vere o false le informazioni circolanti on-line.

Per avere un’ulteriore riprova del funzionamento di questi sistemi, è sufficiente controllare i due siti italiani di verificatori di fatti già accreditati presso L’IFCN (Pagella Politica e Lavoce.info) all’interno dei quali attori certamente non estranei al dibattito politico etichettano non solo dichiarazioni relative a dati verificabili ma anche analisi di carattere generale aventi ad oggetto lo stato della società e dell’economia italiana. Esempio tipico: L’Italia si sta impoverendo negli ultimi anni? Bufala! Perché esiste una statistica sulla “povertà assoluta” nel biennio tal dei tali che la considera stabile.

Come dice Margaret Sullivan sul Washington Post (15 novembre del 2017) è l’espressione Fake News ad essere fuorviante e pericolosa, e sarebbe ora di metterla in soffitta.

Così mentre la stampa statunitense fa retro marcia, sia pur tardivamente (cioè, da quando il Presidente Trump ha utilizzato l’ideologia delle fake news a suo uso e consumo), da quest’altra parte dell’Atlantico l’UE pensa di imporre a tutte le piattaforme on-line un procedimento direttamente ispirato ai costosi sistemi di assicurazione della qualità delle notizie che Google e Facebook hanno già spontaneamente adottato nel 2017 per consolidare il sostanziale duopolio nel mercato dei servizi on-line, e quindi il dominio nella selezione delle notizie accessibili e sponsorizzabili sul (clear) web. Il sistema è basato sui reclami del consumatore-utente (ossia del soggetto paternalisticamente indicato come vittima predestinata delle fake news) e soprattutto sul referaggio di “esperti” (Facebook si è affidato proprio all’IFCN) che per ora sfocia nella qualificazione di una notizia come “contestata”. La conseguenza di norma non è la rimozione, anche se il 18 aprile scorso Facebook ha bloccato alcuni siti filippini ritenuti latori di fake news. Tuttavia, per la notizia contestata scatta il divieto di sponsorizzazione.

Ed è questa, ancor più dei sequestri, delle censure e delle repressioni penali, l’arma in assoluto più potente per far sparire le notizie urticanti o sgradite che, per definizione, sono quelle più “contestate”.

In effetti, stando alle ricerche più recenti sull’informazione (Julia Cagé, Salvare i media, Bompiani 2016), negli ultimi anni la crisi dei media e della loro credibilità si è acuita a causa della crescita esponenziale dell’influenza del denaro sul lavoro di chi produce le notizie. Tale crescita è dovuta sia all’attuale assetto proprietario dei media (raggruppati in grandi gruppi industriali all’interno dei quali l’informazione non costituisce la prevalente ragione sociale), sia al peso specifico ricoperto nel finanziamento delle testate dagli introiti pubblicitari provenienti da gruppi industriali altrettanto grandi e potenti. Il risultato è la diminuzione del numero delle persone che producono le notizie, rispetto a chi si limita a ri-produrle, e soprattutto, la precarizzazione delle loro condizioni di lavoro – sul piano contrattuale e retributivo – con evidenti ricadute sulla possibilità di esercitare sul campo la professione e anche di resistere alle tradizionali pressioni cui è soggetta l’attività del giornalista.

È solo ponendo mano a questo assetto – secondo la Cajé – che si potrà consentire ai giornalisti di produrre una «informazione accurata, diversa, illuminata», necessaria al libero esercizio dei diritti politici e in grado di riconquistare la fiducia dei cittadini, unico vero strumento di lotta contro le fake news.

Eva Lehner

Ostia, un caso su cui riflettere

Ostia è stata nuovamente teatro di una manifestazione contro le mafie e lo squadrismo, promotori Federazione Nazionale della Stampa e Libera. È la terza nel giro di una settimana dopo il pestaggio dell’ inviato di Nemo (Raidue) Daniele Piervincenzi a opera di Roberto Spada, dell’omonimo clan, poi finito in carcere. Sullo sfondo il ballottaggio di domenica che vedrà opposti la candidata dei M5S Giuliana Di Pillo e quella di Fratelli d’Italia Monica Picca, voto che avverrà in una Ostia blindata con addirittura l’impiego dell’Esercito.

Tira una brutta aria in questo Paese: i segnali di questa estate, quando l’ondata xenofoba invase i social e non soltanto, si sono estesi e sedimentati. L’aggressione di Ostia, per il contesto in cui è avvenuta, non è soltanto una minaccia alla libertà d’ informazione, è ancor più la dimostrazione evidente di come interi territori siano ormai nel controllo della criminalità organizzata con una netta diversificazione fra Nord e Centro-Sud. Nel primo caso, vedi processo Aemilia si stanno delineando con chiarezza le contiguità e le storture del sistema economico-finanziario ormai largamente inquinato dall’iniziativa mafiosa. Nel secondo, invece, siamo all’occupazione militare di larghe zone dove la manovalanza criminale sfrutta l’assenza dello Stato e impone un pesante tributo ai cittadini già sfibrati dalla crisi decennale.

Anche volendo attribuire a una mancanza di coordinamento e di prospettiva unitaria il fatto che non si sia riusciti a organizzare un’unica grande manifestazione contro le mafie, resta il fatto che questo procedere a ranghi sparsi e divisi certifica una mancanza di analisi comune della situazione e un indebolimento del fronte democratico.
Mafie, neofascismo squadrista e precarizzazione delle condizioni di vita sono in realtà facce dello stesso processo involutivo della democrazia in Italia. Nell’ultimo decennio è avvenuto un salto qualitativo che i radar dell’informazione, con le dovute eccezioni ovviamente, non hanno registrato o non hanno decifrato nell’esatta portata. Se da una parte si sono rinsaldati vincoli sempre esistiti ma in forma più labile, fra capitalismo selvaggio e mafie (che in comune hanno l’rricchimento a ogni costo), dall’altro la precarizzazione dei lavoratori (anche quelli dell’informazione) ha sfibrato i corpi intermedi privando i cittadini di rappresentanza diffusa e ha compresso ancor più un sistema di diritti che il ventennio precedente aveva già provveduto a intaccare abbondantemente.

Questo vale in particolare per il mondo dei media dove la crisi, che sarebbe lungo analizzare, ha espulso dalle redazioni migliaia di professionisti, sostituendoli con altrettanti ragazzi sottopagati, mal formati e spesso mandati allo sbaraglio. Se sommate queste condizioni di lavoro alla scarsa, per usare un eufemismo, cultura dell’informazione da sempre evidente in Italia e alla più generale caduta del senso di solidarietà sociale e alla scomparsa delle identità collettive, capirete come il mix sia un viatico a soluzioni autoritarie.

Le mafie, da sempre attente a inserirsi nei processi degenerativi per lucrare, hanno così rafforzato la loro presenza su due versanti: l’accumulazione capitalista, legale o meno in questo caso fa poca differenza, e il controllo militare dei territori. Ma non basta, il risorgente neofascismo, storicamente intersecatosi con i fenomeni criminali (vedi per citare un caso di scuola la Banda della Magliana) veleggia con in poppa il vento del populismo destrorso che si incarica di indicare bersagli esterni alle dinamiche economiche e di potere (immigrati, minoranze ecc.) costruendo una narrazione autoritaria che sorregge e difende il perimetro del neoliberismo imperante. A fronte di questo lo schieramento opposto manca di una visione moderna e unitaria dei fenomeni, quindi di una strategia che coniughi un’opposizione sociale con i processi di affrancamento e liberazione dal dominio della criminalità. Insomma, siamo molto vicini, o forse siamo già immersi, in un’altra notte della Repubblica.

Malta: una bomba uccide la blogger anticorruzione

BIDNIJA – La giornalista e blogger Daphne Caruana Galizia è stata uccisa a Bidnija, nell’isola di Malta, da una bomba che ha fatto saltare in aria la sua auto, una Peugeot 108, mentre lei era a bordo. È morta sul colpo. Quindici giorni fa aveva presentato denuncia alla polizia dopo aver ricevuto minacce di morte.La reporter si era appena messa alla guida quando la deflagrazione è avvenuta, in una strada non molto distante da casa sua. Secondo fonti citate dal Times of Malta e dall’emittente TVM, uno dei figli avrebbe udito l’esplosione e sarebbe corso fuori casa per vedere cosa era accaduto, dando l’allarme. Sulla scena sono presenti la polizia scientifica, i vigili del fuoco ed esperti di esplosivi, oltre a numerosi investigatori della polizia maltese. La giornalista lascia il marito e tre figli di cui uno, Matthew, membro del Consorzio Internazionale di Giornalismo Investigativo premiato col Pulitzer per il grande lavoro sui Panama Papers, che aveva visto la madre Daphne impegnata sul filone maltese. La famiglia ha chiesto la sostituzione di Consuelo Scerri Herrera, la magistrata incaricata delle indagini sulla morte di Caruana Galizia, perché “titolare di procedimenti giudiziari intentati contro la giornalista a causa dei suoi articoli”.Galizia aveva lavorato ai MaltaFiles, l’inchiesta internazionale che indicava Malta come “lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l’evasione fiscale nell’Unione europea”. La testata Politico.eu l’aveva inserita nella lista delle “28 personalità che stanno agitando l’Europa”.Il primo ministro di Malta, Joseph Muscat, ha detto che si è trattato di un “barbaro attacco” e che “non riposerò fino a che giustizia non sia stata fatta. Tutti sanno che Caruana Galizia mi ha criticato fortemente sia a livello politico che personale. Ma nessuna rivalità – ha concluso il premier maltese – giustifica una morte del genere”.Caruana Galizia stava indagando su scandali di corruzione che coinvolgerebbero, tra gli altri, la moglie di Muscat, che sarebbe implicata nel caso dei Panama Paper. Il premier laburista ha sempre respinto le accuse a carico suo e dei propri familiari. A rafforzare le tesi del lavoro investigativo di Galizia, però, un video girato il 20 aprile scorso.Aveva iniziato la propria carriera nel 1987 per l’edizione domenicale del Times of Malta, per poi diventare condirettore del Malta Independent, nel quale era successivamente passata al ruolo di editorialista. Aveva anche diretto la rivista Taste&Flair. È stato però il suo blog Running Commentary a proiettarla al centro dell’attenzione del pubblico. Il suo ultimo post, pubblicato alle 14.35, pochi minuti prima di morire, riguarda la testimonianza in tribunale di Simon Busuttil, leader dell’opposizione, nel processo che vede coinvolto Keith Schembri, capo dello staff di Muscat. Schembri, accusato di corruzione, è stato tra i primi politici a essere travolto dallo scandalo dei Panama Papers.

25 anni fa l’assassinio del generale Dalla Chiesa

L’intervista che leggete è stata pubblicata sul Corriere del 5 settembre 1982. Tutti gli articoli apparsi sul Corriere, negli oltre 140 anni della sua storia, sono disponibili nell’Archivio digitalizzato: lo trovate qui.

«Carlo Alberto dalla Chiesa lo abbiamo ucciso tutti quanti noi indicandolo come l’unico che poteva combattere il terrorismo, come l’unico che poteva combattere la mafia. Ne abbiamo fatto un bersaglio cui qualcuno poi ha sparato». Comincia così il nostro colloquio con lo scrittore Leonardo Sciascia venti ore dopo l’assassinio del generale dei carabinieri. Sciascia non aveva stabili frequentazioni con il militare, ma ne era rimasto affascinato tanto da trasformarlo nel capitano Bellodi, protagonista de «Il giorno della civetta».
L’incontro avviene nella casa di campagna dello scrittore a Racalmuto, poche migliaia di anime al centro del triangolo della miseria in Sicilia. Sciascia vi trascorre le vacanze in compagnia della moglie, n resto del mondo appare lontano. La notizia dell’assassinio del prefetto di Palermo Sciascia l’ha appresa solo ieri mattina, dodici ore dopo l’agguato.

«Questo assassinio — dice — ha un solo significato ed è l’eliminazione di una singola persona che era diventata un simbolo. Le istituzioni sono tarlate, non funzionano più, si reggono solo sulla abnegazione di pochi uomini coraggiosi. A partire dall’assassinio del vice questore Boris Giuliano, la mafia ha deciso di eliminare questi uomini simbolo. Arrivati a dalla Chiesa, però, mi domando, se non ci sia della follia in chi ordina questi delitti: che cosa vogliono? Qual è il loro obiettivo? Pretendono forse il governo dello Stato? In verità non riesco a capire. Vogliono forse Imporre un ordine mafioso che si sovrapponga a quello dello Stato? Ma questo è impossibile perché livello dei delitti è talmente alto da suscitare una fortissima reazione».

«Io credo – continua Sciascia — che nessuna organizzazione eversiva possa gareggiare con lo Stato in fatto di violenza, anche quando lo Stato appare inefficiente. Anzi, la sua inefficienza, è direttamente proporzionale alla mancanza dt funzionalità. In queste condizioni sfidarlo mi sembra un atto di napoleonismo folle. Ma tutto ciò mi preoccupa perché uno Stato inesistente è sempre capace di approvare una legge sui pentiti e di scatenare una furibonda repressione poliziesca».
«Secondo me la mafia si combatte utilizzando onestà, coraggio e intelligenza e le indagini fiscali illustrate due giorni fa dal ministro Formica mi sembrano un buon inizio. Con questi strumenti la mafia si può debellare.

«Per capire tale affermazione bisogna rifarsi alla tesi classica che voleva la mafia inserita nel vuoto dello Stato, mentre in realtà essa vive nel pieno dello Stato. Credo che dall’istituzione della commissione antimafia in poi, l’organizzazione abbia cominciato a sentirsi esclusa dal pieno dello Stato e ora ha assunto questa forma che potremmo definire eversiva. Ma in effetti appare come un animale ferito che dà colpi di coda».

«Dalla Chiesa, forse — aggiunge lo scrittore —, non aveva intuito tale trasformazione e i pericoli che ne derivavano. Anch’io, peraltro, non credevo che si arrivasse a colpire tanto in alto. Ma in effetti noi tutti conosciamo bene solamente la vecchia mafia terriera. Per il resto tiriamo ad indovinare. Possiamo dire in ogni caso che la mafia è una forma di terrorismo perché vuole terrorizzare la gente. Ma i fini sono sostanzialmente diversi. Di comune c’è una sola cosa e cioè l’attentato alle nostre libertà».

«Ma forse Dalla Chiesa — conclude Sciascia — non aveva piena coscienza di questo fenomeno. Mi meraviglio infatti della maniera con cui è stato ucciso. Quando un uomo arriva alle sue posizioni ha il dovere di farsi proteggere e di farsi scortare bene. Le manifestazioni di coraggio personale possono diventare forme di imprudenza pericolosa. Ciò nonostante mi sgomenta la incapacità della nostra polizia di prevenire. Infatti un attentato ad un uomo come Dalla Chiesa non si improvvisa in quattro e quattr’otto, ma nessuno ne aveva avuto sentore».